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Lo switch-off del rame arriva in azienda: a fermarvi non sarà l’ADSL, ma le linee che nessuno ha in inventario

Il piano FiberCop approvato da AGCOM porta alla chiusura di oltre duemila centrali in rame e le comunicazioni ai clienti sono già partite. Per un’azienda multi-sede il rischio non è restare senza navigazione: sono allarmi, ascensori, POS e teleassistenza ancora appesi al doppino.

La comunicazione arriva in fattura, in mezzo a righe che nessuno legge: la centrale che serve la vostra sede verrà dismessa, l’impianto sarà aggiornato. Nell’ufficio IT non succede niente, perché la sede in questione naviga già in fibra e il messaggio sembra riguardare qualcun altro. Poi, il giorno dello spegnimento, il combinatore dell’ascensore non chiama più il manutentore, il POS di riserva del punto vendita non aggancia, la teleassistenza del gruppo frigo del magazzino resta muta. Nessuno di questi servizi era in un inventario di rete: erano solo doppini che funzionavano da vent’anni.

Che cosa è stato deciso, e quando scatta davvero

Con la delibera 123/25/CONS, pubblicata il 23 maggio 2025, AGCOM ha approvato il piano di FiberCop per la dismissione di 2.055 centrali in rame. Non è un annuncio isolato: si inserisce in un percorso di razionalizzazione che prevede la chiusura di oltre 6.700 centrali interamente in rame, su un parco di circa 10.500, con code che arrivano alla fine del decennio.

I tempi non sono discrezionali. I preavvisi decorrono dalla data di pubblicazione del provvedimento e valgono sei mesi per le centrali con soli servizi bitstream, dodici mesi per quelle con servizi unbundling, a cui segue la fase tecnica di migrazione. Tradotto in calendario: le prime finestre si sono aperte tra la fine del 2025 e la primavera del 2026, le comunicazioni ai clienti finali hanno iniziato a comparire nelle fatture nel corso di quest’anno e da novembre 2026 parte un’ondata consistente di interventi sugli impianti.

Il piano prevede due condizioni prima di procedere: copertura completa in tecnologia NGA — FTTH, FTTC o FWA — di tutte le linee attestate alla centrale, e una quota di clienti già migrati superiore al 60%. È una garanzia sulla sostituibilità del collegamento dati. Non dice nulla, però, su ciò che accade a tutto quello che sul doppino viaggiava senza essere “internet”.

Le linee che non compaiono in nessun inventario

Nella maggior parte delle aziende multi-sede la connettività principale è già migrata da tempo. Il problema sta nel perimetro secondario, quello che si è sedimentato per stratificazione:

  • combinatori di emergenza degli ascensori, spesso intestati al condominio o alla società di manutenzione, quindi invisibili nella contabilità fornitori dell’azienda;
  • centrali antintrusione e antincendio con linea analogica di backup verso l’istituto di vigilanza;
  • POS di riserva, fax, numerazioni verdi e linee di cortesia ancora attestate su accessi tradizionali o ISDN;
  • teleassistenza di impianti tecnologici — gruppi frigo, UPS, generatori, celle, pese — con modem seriali installati dal fornitore alla messa in servizio;
  • accessi out-of-band verso apparati di rete o console di sala macchine, tenuti “fuori banda” proprio perché indipendenti dalla rete dati.

Il tratto comune è che nessuna di queste utenze passa dall’IT. Sono nate come impianto, non come servizio informatico, e per questo sopravvivono a ogni censimento fatto guardando gli switch invece delle fatture.

Lo switch-off non spegne una tecnologia: spegne i servizi che nessuno aveva mappato.

Dal doppino all’IP cambia anche il modello di guasto

C’è una differenza che vale la pena mettere per iscritto prima della migrazione. La linea analogica tradizionale era alimentata dalla centrale: durante un blackout continuava a funzionare, e questo la rendeva il canale di emergenza per definizione. Una linea voce in tecnologia IP dipende invece dall’alimentazione locale, dall’apparato di terminazione, dal router e dal collegamento a banda larga. Ogni elemento che aggiungete alla catena è un elemento che può fermarsi.

Ne discendono conseguenze molto concrete: gli apparati che sostengono servizi di emergenza vanno messi sotto UPS con autonomia dichiarata e verificata; i siti che non possono restare isolati hanno bisogno di un secondo accesso su tecnologia diversa — tipicamente radiomobile — con instradamento automatico; le utenze tecniche che finiscono in rete IP vanno segmentate, perché un combinatore o un modem di teleassistenza non è un dispositivo che potete permettervi sulla stessa VLAN degli utenti.

Che cosa fare nei prossimi mesi

Primo: censire per fattura, non per apparato. L’unico modo per trovare le linee dimenticate è partire dalle utenze in bolletta, sede per sede, e chiedersi per ciascuna a che cosa serve oggi. Vanno incluse le linee intestate a terzi che presidiano un vostro impianto.

Secondo: verificare la copertura e scegliere la tecnologia con criterio di continuità, non solo di banda. Per una sede logistica con un solo collegamento, l’affidabilità dell’accesso conta più di qualche centinaio di megabit.

Terzo: pianificare la migrazione come un progetto, con finestre concordate e collaudo funzionale. Il collaudo non è “la linea prende”: è la chiamata di emergenza dell’ascensore che arriva a destinazione, la centrale allarmi che comunica con la vigilanza, il POS che completa una transazione.

Il nostro punto di vista

La dismissione del rame è, per molte aziende italiane, la prima occasione in vent’anni per rimettere ordine nel perimetro di connettività. Trattata come una pratica amministrativa da chiudere in fretta, produce fermi in punti che nessuno stava sorvegliando; trattata come un progetto, diventa il momento giusto per razionalizzare gli accessi, portare le sedi su un’architettura omogenea e introdurre ridondanze dove finora c’era un doppino e basta.

È il lavoro che facciamo sulle reti multi-sede: censimento degli accessi, disegno dell’architettura, migrazione con finestre e collaudi, e poi presidio continuativo con i servizi gestiti. Con un principio che vale oltre il rame: un servizio critico che dipende da un singolo collegamento non è un servizio critico protetto, è un guasto in attesa di una data. Se quel servizio è la vostra continuità operativa, la strategia di ripristino va scritta prima dello spegnimento, non il giorno dopo.

Fonti
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