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Data Center

Data center, l’Italia accorcia i permessi e la Sardegna entra nella mappa: ma la capacità vicina non è capacità disponibile

Procedimento autorizzativo unico in dieci mesi, 6,8 miliardi dichiarati strategici tra Lombardia e Sulcis, 83 progetti annunciati al 2028. Perché per un’azienda italiana il vantaggio non arriva dalla vicinanza geografica, ma dall’architettura che ci mette sopra.

Il 4 agosto il Consiglio dei ministri ha dichiarato di “preminente interesse strategico nazionale” due programmi di data center per 6,8 miliardi di euro complessivi. Il primo è un campus hyperscale da circa 400 MW nei comuni di Zibido San Giacomo e Lacchiarella, alle porte di Milano, per 5,3 miliardi. Il secondo vale 1,49 miliardi e non sta in Lombardia: è il Digital Vault Sulcis, un data center Edge AI da 30 MW che dovrebbe sorgere nell’area dell’ex miniera di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, integrato con impianti di produzione e accumulo da fonti rinnovabili. Con questi due, i programmi riconosciuti strategici salgono a sette, per oltre 25 miliardi.

Per un’azienda che deve tenere in piedi i propri sistemi la notizia è interessante, ma la domanda utile è un’altra: che cosa cambia, concretamente, per l’infrastruttura di lunedì mattina?

Il collo di bottiglia non era il capitale, era il permesso

La parte davvero nuova non sono i miliardi annunciati, sono le regole con cui si costruisce. L’articolo 8 del cosiddetto decreto bollette, convertito nella legge 49 del 10 aprile 2026, ha introdotto un procedimento autorizzativo unico per i centri dati: una conferenza di servizi asincrona coordinata dall’autorità competente per l’autorizzazione integrata ambientale, che assorbe in un solo binario valutazione di impatto ambientale, AIA, vincoli paesaggistici e di beni culturali, utilizzo delle acque ed emissioni in atmosfera.

Il termine è la parte che conta: non più di dieci mesi dalla verifica di completezza della documentazione, prorogabili fino a tre solo in circostanze eccezionali legate a natura, complessità o ubicazione del progetto. Per gli interventi dichiarati di interesse strategico nazionale l’autorizzazione unica passa per un commissario straordinario di Governo. Il 22 luglio il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato le prime indicazioni operative, nate dalle domande ricevute sui procedimenti già avviati, con modello di istanza e specifiche sulla documentazione.

Tradotto: fino a ieri il freno non era la disponibilità di capitale, era l’incertezza sui tempi di autorizzazione e sulla connessione alla rete elettrica. È quel freno che il legislatore ha provato a togliere.

Annunciare non è costruire

Qui serve una dose di realismo, e la fornisce l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. Il mercato italiano cresce ma resta fortemente concentrato: Milano da sola, con 414 MW IT installati, pesa per circa due terzi della potenza nominale nazionale. Per il triennio 2026-2028 risultano annunciati 83 nuovi progetti da 30 aziende — di cui 19 nuovi entranti — per un valore potenziale di 25,4 miliardi.

Il dato che raffredda gli entusiasmi è però lo storico. Nel triennio precedente, a fronte di 10,5 miliardi previsti, ne sono stati effettivamente investiti 7,1: poco più di due terzi di quanto annunciato. La ricerca attribuisce lo scarto alla complessità autorizzativa, ai tempi di connessione e all’incertezza sulle architetture per l’AI, e segnala che una quota largamente maggioritaria degli investimenti in arrivo fa capo a operatori internazionali senza presenza pregressa sul mercato italiano.

Tra la delibera di strategicità e il primo rack acceso passano anni, non trimestri: nessun piano infrastrutturale aziendale può essere costruito su una capacità che oggi esiste solo su carta.

Vicino non vuol dire disponibile

C’è poi un equivoco tecnico che vale la pena sciogliere, soprattutto per chi opera fuori dall’asse milanese. Un campus da 30 MW dedicato a carichi AI non è un’offerta di colocation enterprise, e la vicinanza geografica non produce da sola né bassa latenza né continuità di servizio.

Quello che determina le prestazioni percepite da un’applicazione aziendale è la catena completa: il percorso di rete e i punti di interconnessione, la qualità del peering, la ridondanza dei collegamenti, la progettazione degli apparati e la distanza reale tra sito primario e sito di ripristino. Un data center a cinquanta chilometri raggiunto da un unico collegamento non vale un data center a mille chilometri raggiunto con due percorsi indipendenti.

Le domande da mettere sul tavolo ora, indipendentemente da dove verranno costruiti i nuovi campus, sono le solite cinque:

  • Dove risiedono i dati oggi e sotto quale giurisdizione, con quali obblighi di residenza per il vostro settore.
  • Quanto dista davvero il sito di disaster recovery, e se RPO e RTO dichiarati sono stati verificati con un test di ripristino, non solo scritti a contratto.
  • Come è connesso il sito: numero di operatori, percorsi fisici distinti, banda garantita e non solo di picco.
  • Che cosa succede all’uscita: costi di egress, formati dei dati, tempi di migrazione.
  • Chi risponde in caso di incidente, con quali tempi di notifica — un tema che con la NIS2 riguarda ormai anche la catena dei fornitori.

Il nostro punto di vista

L’accelerazione normativa è una buona notizia, e il fatto che un programma da 1,49 miliardi riguardi la Sardegna lo è ancora di più: significa che l’isola smette di essere solo un territorio da collegare e diventa un luogo dove la capacità di calcolo può essere prodotta, con un profilo energetico che nasce rinnovabile. Ma un annuncio non è un servizio, e un servizio non è un’architettura.

Il valore, per un’azienda, non sta nel megawatt che nasce a pochi chilometri: sta nel disegno che ci si mette sopra. Dove collocare i carichi critici, come separarli, come garantirne il ripristino, come misurare la latenza invece di dedurla dalla mappa. È il lavoro che facciamo quando progettiamo un data center aziendale e quando definiamo la geografia del disaster recovery, scegliendo consapevolmente che cosa resta on premise, che cosa va su cloud gestito in Italia e con quali vincoli contrattuali.

Nei prossimi tre anni la mappa della capacità italiana cambierà. Conviene farsi trovare con un’architettura che possa approfittarne, invece di doverla riprogettare di corsa quando i nuovi siti entreranno in esercizio.

Fonti
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