L’AI è già un’arma offensiva: i report 2026 lo certificano, e la difesa diventa una questione di presidio continuo
I report di inizio 2026 documentano i primi malware che interrogano un modello a runtime e il primo exploit zero-day generato dall’AI. L’automazione è passata dalla parte degli attaccanti: ecco perché la difesa non può più essere un controllo periodico, ma un presidio continuo.
Per anni «l’AI userà l’AI» è stata una previsione da convegno. I report di sicurezza pubblicati a inizio 2026 l’hanno trasformata in una constatazione. Il Google Threat Intelligence Group ha documentato il primo exploit zero-day generato da un modello linguistico e usato da un gruppo criminale, e — fatto ancora più nuovo — i primi malware che non si limitano a essere scritti con l’AI, ma la interrogano mentre sono in esecuzione per riscriversi e cambiare comportamento. L’automazione, per la prima volta, ha cambiato schieramento: non è più solo lo strumento di chi difende.
Cosa è cambiato davvero nel 2025
Il punto non è che gli attacchi siano aumentati di numero, ma che siano diventati più veloci ed economici da produrre. È la differenza che fa la scala. L’ENISA, nel suo Threat Landscape 2025, ha analizzato quasi 4.900 incidenti tra metà 2024 e metà 2025 e stima che, già a inizio 2025, oltre l’80% dell’attività di social engineering osservata fosse supportata dall’AI: phishing scritto in italiano impeccabile, voci clonate, video manipolati. L’IBM X-Force Threat Index 2026, dal canto suo, registra un aumento del 44% degli attacchi che sfruttano applicazioni esposte su internet, spinto anche dalla capacità dei modelli di individuare falle e iterare in tempo reale sui percorsi di intrusione.
I dettagli tecnici raccolti da Google sono il segnale più chiaro del salto di qualità. Sono comparsi malware che chiamano un modello a ogni esecuzione per offuscarsi just-in-time, generando ogni volta una variante diversa che le firme antivirus non riconoscono. Sono comparsi backdoor che usano un modello per «leggere» lo schermo di un dispositivo e decidere dove toccare, automatizzando azioni che prima richiedevano un operatore umano. E gli attori statuali usano gli stessi assistenti come moltiplicatori di produttività, chiedendo loro di vestire i panni del «revisore di sicurezza esperto» per scovare vulnerabilità nel firmware.
La difesa periodica non regge più
Per un’azienda strutturata la conseguenza pratica è una sola, e scomoda: il modello di sicurezza basato su controlli a calendario — il vulnerability assessment trimestrale, il penetration test annuale — non è più allineato alla velocità di chi attacca. Se un avversario genera e prova varianti d’attacco nel giro di minuti, una difesa che si aggiorna ogni tre mesi lascia aperta una finestra enorme.
Lo stesso IBM X-Force ricorda che, dietro l’aura tecnologica, i punti di ingresso restano spesso banali: configurazioni di accesso sbagliate, credenziali rubate, autenticazione mancante. L’AI non inventa vulnerabilità nuove, le trova e le sfrutta più in fretta. E l’ENISA segnala che gli attaccanti puntano sempre più spesso a disattivare gli stessi strumenti di rilevamento (EDR) per muoversi indisturbati: la presenza di un agente di sicurezza sull’endpoint, da sola, non basta più se nessuno ne sorveglia lo stato.
L’AI non ha creato minacce inedite: ha tolto tempo e costo a quelle di sempre. Per questo la vera variabile difensiva non è un nuovo prodotto, ma la continuità del presidio.
L’AI sta anche dalla parte di chi difende
C’è però l’altra metà del quadro, ed è la ragione per cui non si tratta di una resa. Gli stessi report mostrano l’AI al lavoro sul fronte difensivo: agenti che analizzano enormi volumi di log per far emergere il comportamento anomalo dal rumore, sistemi che individuano vulnerabilità nel codice prima degli attaccanti, automazioni che accelerano il contenimento di un incidente. La partita, in sostanza, si gioca su chi usa meglio l’automazione — e qui conta dove la si mette in opera.
L’AI difensiva non è un cruscotto da accendere e dimenticare. Ha bisogno di dati di qualità, di chi sappia distinguere un falso positivo da un segnale reale e, soprattutto, di operare 24 ore su 24: un alert sofisticato che scatta alle tre di notte e nessuno legge fino al mattino è un alert sprecato. È esattamente il terreno in cui la tecnologia conta meno delle persone e dei processi che la circondano.
Il nostro punto di vista
La lettura che ne diamo è netta: l’era degli attacchi automatizzati rende il monitoraggio continuo non più un servizio premium, ma il presupposto minimo di una difesa credibile. Un SOC presidiato — dove correlazione automatica degli eventi e analisi umana lavorano insieme, ogni giorno e ogni notte — è ciò che trasforma il rilevamento da fotografia periodica a sorveglianza permanente. È anche la condizione operativa che rende sostenibili gli obblighi di notifica rapida introdotti dalla direttiva NIS2: non si segnala in poche ore un incidente che ci si accorge di aver subìto settimane dopo.
Allo stesso modo, le fondamenta contano più dei proclami. Buona parte degli attacchi «potenziati dall’AI» entra da porte vecchie: una gestione disciplinata di accessi, credenziali e vulnerabilità chiude proprio quelle porte, e chiuderle è ancora il singolo investimento con il miglior rapporto tra costo e rischio evitato. Per chi non ha in casa un presidio operativo continuo, infine, affidarlo a servizi gestiti è spesso l’unico modo realistico di stare al passo con la velocità degli attaccanti.
L’AI offensiva è un dato di fatto del 2026. Ma l’antidoto non è inseguire l’ultima minaccia con l’ultimo prodotto: è costruire la continuità — di monitoraggio, di igiene di base, di risposta — che agli attaccanti automatizzati toglie l’unica cosa di cui hanno davvero bisogno, il tempo.