Il data center prende la pagella: dal 2027 una classe da A a G per energia e acqua, pubblica e verificabile
Il 21 settembre la Commissione europea ha adottato il regolamento delegato che istituisce il rating comune di sostenibilità per i data center da 500 kW in su: dal 15 agosto 2027 ogni struttura avrà un’etichetta pubblica con due classi, energia e acqua. Per chi acquista colocation e cloud diventa un criterio di scelta, prima ancora che arrivino gli standard minimi.
Nel primo periodo di rendicontazione obbligatoria, chiuso a settembre 2024, hanno comunicato i propri dati alla banca dati europea 770 data center: circa il 36% di quelli che, secondo le stime della Commissione, erano tenuti a farlo. Sei Stati membri non ne hanno segnalato nessuno. È da qui che conviene leggere il pacchetto sull’efficienza dei data center presentato da Bruxelles il 21 settembre: un regolamento delegato che trasforma quei dati in un’etichetta pubblica, una consultazione sugli standard minimi di prestazione e un rapporto che, per la prima volta, fotografa il settore con numeri dichiarati dagli operatori anziché stimati.
Dalla rendicontazione alla pagella
Il cambio di passo è uno: i dati che gli operatori già inviano diventano una classe, visibile a chiunque. Il regolamento riguarda i data center con potenza IT installata pari o superiore a 500 kW, gli stessi già obbligati alla rendicontazione prevista dalla direttiva europea sull’efficienza energetica. Entro il 15 agosto 2027, e poi ogni anno, la banca dati europea genererà automaticamente per ciascuno un’etichetta elettronica con due scale distinte da A a G: una per l’efficienza energetica, basata sul PUE, e una per quella idrica, basata sul WUE.
Accanto alle due lettere, l’etichetta riporterà l’uso di fonti a basse emissioni, le funzioni offerte alla rete elettrica, la predisposizione al recupero del calore di scarto e — dettaglio non banale — se l’operatore contribuisce a nuova capacità di generazione pulita, per esempio con contratti di acquisto da impianti costruiti o rinnovati negli ultimi dieci anni. L’etichetta vale un anno, rimanda con un QR code alla scheda pubblica nella banca dati, e l’operatore deve renderla disponibile a chiunque la chieda. Le strutture sotto i 500 kW, o non ancora in esercizio, possono aderire su base volontaria.
Il testo è ora all’esame di Parlamento europeo e Consiglio per due mesi: possono sollevare obiezioni, non emendarlo.
Cosa dicono i primi numeri
Il rapporto che accompagna il regolamento spiega perché serviva una pagella:
- PUE medio europeo 1,36, che sale a 1,64 per le strutture più piccole, tra 500 e 1.000 kW;
- WUE medio 0,58 metri cubi per MWh, con medie nazionali che vanno da 0,07 a 1,28: nei climi più caldi il raffreddamento dipende di più dall’acqua;
- calore di scarto riutilizzato: circa l’1,8% del totale, e solo 67 strutture dichiarano un qualche riuso;
- energia rinnovabile all’86% in media ponderata, ma coperta in larga parte da garanzie d’origine e contratti non necessariamente legati a produzione locale o nuova.
Circa la metà dei data center che hanno rendicontato supera un PUE di riferimento di 1,5 o un WUE di 0,4. Su questo divario la Commissione costruisce il passo successivo: la consultazione pubblica sugli standard minimi di prestazione per i data center nuovi o ristrutturati, aperta fino al 14 dicembre 2026, prepara una proposta legislativa attesa nel 2027. Oggi la classe informa; domani una soglia potrebbe escludere.
Per anni il PUE è stato un numero da brochure, dichiarato da chi lo misurava. Dal 2027 diventa una lettera pubblica, generata dalla banca dati europea, che il cliente può controllare da sé.
Perché riguarda anche chi un data center non ce l’ha
La maggior parte delle aziende italiane non gestisce strutture da 500 kW: le acquista come servizio. Ed è al compratore che l’etichetta parla. La Commissione lo scrive in modo esplicito: il rating deve orientare anche gli acquisti di servizi digitali più sostenibili, e sarà usato per valutare la sostenibilità dei data center nella proposta di Cloud and AI Development Act. Tradotto: chi ha obiettivi di sostenibilità, una catena di fornitura da rendicontare o semplicemente costi energetici da contenere avrà un metro di confronto omogeneo tra fornitori di colocation e cloud.
Il regolamento tocca da vicino anche chi ha rack in colocation. L’operatore che non riesce a misurare tutti i carichi IT dei clienti deve dichiarare quale quota della sala dati coprono i suoi indicatori, e può raccogliere i dati dai clienti con un meccanismo interno, anche in forma anonima. In pratica: la qualità dell’etichetta del vostro fornitore dipende anche dalla misura dei vostri consumi.
Le domande da porre al fornitore, già al prossimo rinnovo, sono poche e precise:
- la struttura rientra nell’obbligo, e ha rendicontato?
- come sono misurati PUE e WUE, e su quale porzione della sala?
- l’energia rinnovabile è coperta da garanzie d’origine o da nuova capacità?
- il raffreddamento consuma acqua dolce, e in quale contesto idrico?
E le sale server aziendali? Sotto i 500 kW restano fuori dall’obbligo, e quindi fuori dalle statistiche. Ma il metro è lo stesso, e già nella fascia coperta dal rapporto l’efficienza peggiora al diminuire della taglia: vale la pena chiedersi quanto costi, in energia, la sala macchine che nessuno misura.
Il nostro punto di vista
Il rating europeo non introduce obblighi nuovi per la gran parte delle aziende, ma cambia il modo in cui si sceglie dove far girare i propri carichi: l’efficienza smette di essere un’autodichiarazione e diventa un dato pubblico, confrontabile, aggiornato ogni anno. È una buona notizia per chi compra infrastruttura, a patto di saper leggere l’etichetta: lo stesso PUE ha un significato diverso in un clima fresco e in uno caldo, ed è per questo che il regolamento affianca alle lettere un documento che contestualizza gli indicatori, a partire dalle condizioni climatiche.
Nel nostro lavoro sul data center partiamo proprio dalla misura: quanta energia assorbe davvero l’IT, quanta se ne va in raffreddamento e alimentazione, quanto costa ogni carico — anche sotto la soglia dei 500 kW, dove nessuno lo chiede ma la bolletta arriva lo stesso. Da lì la scelta tra ammodernare la sala esistente, consolidarla in colocation o portare i carichi sul cloud SUNDATA diventa un confronto tra numeri, non tra impressioni. L’etichetta europea aggiunge a quel confronto un riferimento esterno e verificabile; il resto lo fa chi misura, ogni giorno.
- Commissione europea — Commission enhances energy efficiency and sustainability of data centres in the EU (IP/26/1667)
- Commissione europea, DG Energia — Regolamento delegato che istituisce il sistema comune di rating dei data center e allegati
- Commissione europea, DG Energia — Report on the energy efficiency of data centres in the EU
- 01net — Data center, l’UE prepara rating e standard su energia e acqua